
Carmela Stefano esplora la fisarmonica in tutti i suoi mondi: dal Barocco alla musica contemporanea, dall’opera alle colonne sonore. Per lei lo strumento respira come un’orchestra e dialoga con ogni genere musicale.
In questa intervista ripercorre il suo percorso: dagli inizi da bambina allo studio in Conservatorio, passando per collaborazioni con grandi direttori e compositori, fino all’attività didattica. Una storia di musica, passione e disciplina, svelata nota dopo nota.
E ora, lasciamo che sia lei stessa a condividere la sua esperienza attraverso le risposte dell’intervista.

1. Partiamo dalle origini. Hai iniziato a suonare la fisarmonica a soli sette anni, quasi per gioco, ma da subito hai dimostrato un talento fuori dal comune. Se ti guardi indietro, qual è stato il momento in cui hai sentito davvero che la fisarmonica sarebbe diventata la tua compagna di vita? C’è stato un aneddoto, un concerto, o magari una persona in particolare che ti ha fatto dire: «Sì, questa è la mia strada»?
Sì, è proprio così: ho iniziato a suonare la fisarmonica per gioco, grazie a mio padre che, quando avevo sette anni, me ne regalò una acquistata da un parente venuto in Sicilia dall’Australia. Mio padre, che aveva sempre desiderato studiare musica ma non ne aveva avuto la possibilità, è stato il mio primo sostenitore: è grazie a lui se mi sono avvicinata a questo mondo. La prima vera svolta è arrivata a undici anni, quando dal semplice “gioco” sono passata a un impegno più serio e consapevole, affrontando lo studio con costanza e responsabilità. È stato un percorso lungo e non sempre facile: a diciotto anni avevo già pensato di arrendermi due volte, scoraggiata dalle difficoltà. Ero ancora una ragazza, e spesso mi trovavo a rinunciare a momenti di spensieratezza con i miei coetanei come le gite scolastiche, le colazioni con gli amici, i pomeriggi insieme, per dedicarmi completamente allo studio. Le lezioni erano private, individuali, senza la possibilità di condividere quell’esperienza con altri ragazzi della mia età.
Ho capito davvero che la fisarmonica sarebbe stata la mia strada a ventun anni. Dopo il diploma di scuola superiore (Istituto Commerciale) e già diplomata in Fisarmonica al Conservatorio “Cherubini” di Firenze nel 2000, ricevetti una chiamata per una supplenza da ITP (Insegnante Tecnico Pratico, una figura che affianca il docente teorico nelle materie di indirizzo tecnico o laboratoriale) a Treviso. Fu in quel momento che mi resi conto che solo per la musica ero disposta a fare scelte importanti: decisi infatti di non accettare la supplenza e di proseguire la mia formazione musicale. Mi iscrissi così al corso di Didattica della Musica presso il Conservatorio di Messina, continuando in parallelo anche gli studi in Giurisprudenza all’Università. Solo la musica, capii allora, meritava davvero tutta la mia dedizione.
2. Sei nata in Svizzera, hai studiato a Firenze, insegni e ti esibisci in tutta Italia e all’estero. Quanto hanno influito questi luoghi, queste atmosfere diverse, sulla tua formazione artistica? C’è una città o un teatro in cui, ancora oggi, ti senti davvero “a casa” quando sali sul palco con la fisarmonica?
La verità è che non mi sento legata a nessuna città in particolare: sto bene ovunque, perché è il palco a farmi sentire davvero a casa.
3. La fisarmonica per molti è quasi un’estensione di chi la suona: c’è chi la sceglie per timbro, chi per risposta meccanica, chi per la versatilità. Qual è la tua fisarmonica di riferimento oggi e cosa ti ha convinta a preferirla? Ci sono particolari caratteristiche – nei registri, nella costruzione o nel suono – che ritieni indispensabili per affrontare un repertorio così ampio, da Bach alla musica contemporanea?
Per me la fisarmonica rappresenta una vera e propria orchestra, ed è proprio questo l’aspetto che più mi affascina. Mi permette di esplorare mondi sonori diversi, passando con naturalezza da un genere all’altro, semplicemente scegliendo i timbri più adatti al brano che sto eseguendo. Ogni registro, ogni sfumatura timbrica apre possibilità espressive nuove, e questa versatilità è ciò che mi fa sentire in sintonia profonda con lo strumento.

4. Il tuo repertorio, come dicevamo, spazia dal Rinascimento alla musica contemporanea, passando per opere monumentali come J.S. Bach. Quando prepari un programma da concerto, quali sono i criteri che segui? Preferisci costruire un percorso filologico o ami mischiare epoche e stili per sorprendere chi ascolta?
Il mio repertorio abbraccia un arco molto ampio, dal Barocco alla musica contemporanea. Anche se la fisarmonica è spesso percepita come uno strumento legato alla festa popolare, credo fermamente che non si tratti solo di un simbolo folkloristico. Non rinnego affatto le tradizioni, ma sento il desiderio di contribuire alla modernità e alla piena dignità di questo strumento unico.
Per questo motivo, nei miei programmi da concerto parto quasi sempre dalla musica barocca (Bach, Frescobaldi, Scarlatti) perché è da lì che, a mio avviso, si può innalzare la percezione della fisarmonica e di chi la suona: uno strumento nobile, capace di interpretare la musica colta con la stessa profondità e rigore di qualsiasi altro strumento classico.
La mia è, in fondo, una vera e propria missione: far emergere il nuovo volto della fisarmonica.
5. In tutti questi anni di studio e concerti, immagino che il tuo approccio allo strumento sia cambiato. Oggi come affronti lo studio quotidiano? C’è un aspetto tecnico o musicale su cui ami tornare regolarmente, magari per riscoprire la fisarmonica sotto nuove sfumature?
Cerco di ascoltarmi. Ed è proprio il mio modo di ascoltarmi che è cambiato nel tempo: l’esperienza acquisita mi porta ad essere più critica con me stessa. Oggi sono più attenta alla tecnica, all’eleganza del suono e, soprattutto, do un’importanza fondamentale all’utilizzo del mantice, che considero il vero polmone dello strumento.
La musica per me va oltre l’esecuzione delle note: la maturità musicale mi consente di lavorare molto con la mente, elaborando e prevedendo in modo naturale e spontaneo l’interpretazione sonora. Questo mi permette di dare vita a un pensiero musicale immediato e personale, unico nel suo genere.
6. Il repertorio bachiano è ormai uno dei pilastri anche per la fisarmonica classica, ma non è mai scontato interpretarlo in modo personale. Quando lavori su pagine come Il Clavicembalo ben temperato o le Partite, quali sono gli aspetti musicali o timbrici su cui ti concentri di più? Usi registri o soluzioni particolari per rendere al meglio l’articolazione e la chiarezza del contrappunto?
Per me Bach rappresenta tutto: è l’inizio e la fine nella complessità di un musicista. È formativo perché è disciplina, e la disciplina permette di affrontare tutti gli altri generi musicali, fino al contemporaneo. Bach è la base fondamentale, è scuola.
Quando lavoro su una sua pagina, parto sempre dall’analisi formale: dopo aver studiato la struttura, lascio spazio al mio sentire, frutto del lavoro intenso che ho dedicato a questo autore. L’interpretazione di Bach la costruisco di volta in volta leggendo il pensiero dell’autore nei vari incisi melodici; da lì scelgo la timbrica (registri), la dinamica (intensità del suono) e le emozioni da interpretare.
7. Nel 2011 hai fondato con Alessio Vicario lo Strange Duo per clarinetto e fisarmonica, una combinazione di strumenti che offre possibilità timbriche davvero particolari. Com’è nato questo progetto e qual è la ricerca sonora che vi guida? Ci sono compositori o arrangiamenti a cui vi sentite particolarmente legati o che avete contribuito a far nascere apposta per il vostro duo?
Il progetto nasce nel 2011 presso il Teatro Massimo di Palermo, dove vengo scritturata per l’opera The Greek Passion di Martinù, durante la quale mi esibisco come solista in diversi interventi in palcoscenico. È qui che incontro Alessio Vicario, già primo clarinetto del Teatro. Alessio, che da tempo aveva in mente di realizzare un progetto con la fisarmonica, ascoltandomi suonare mi propone di provare a creare un duo unico, eseguendo principalmente brani d’opera già trascritti per clarinetto e pianoforte e riadattandoli per la nostra formazione. La musica operistica non rientrava naturalmente nel repertorio fisarmonicistico, ma la sfida mi ha subito incuriosita. Alessio riteneva che l’introduzione della fisarmonica, sostituendo il pianoforte, avrebbe dato agli arrangiamenti una nuova forma: la fisarmonica non si limita a creare un tappeto quasi orchestrale per il clarinetto, ma interagisce con esso nelle parti cantate, avvicinandosi così alla forma operistica originale. Da qui nasce lo Strange Duo – “strano” non per l’accoppiata di strumenti, ma per la scelta del repertorio.
Dopo i primi concerti, siamo diventati fonte di ispirazione per diversi compositori contemporanei. Tra questi, Joe Schittino, affermato compositore siciliano, ci ha dedicato le Variazioni JS173 sull’aria di Musetta dalla Bohème di G. Puccini, edite per la F. Hofmeister Musikverlag di Lipsia, brano poi incluso nei nostri due CD In Virtuous Flair 1 e 2 per l’etichetta austriaca Pro Cultura. Anche Alberto Caputo, talentuoso compositore emergente siciliano, si è interessato a noi, dedicandoci due composizioni: Strange Dream e Wandering Thoughts, edite per l’etichetta italiana Eufonia.
Spaziando quindi dall’opera (Verdi, Puccini, Rossini) a Richard Galliano, nei quattordici anni di attività ci siamo esibiti in Italia e all’estero, riscuotendo sempre ottimi consensi di pubblico e critica.
8. Collaborare con I Solisti del Sesto Armonico diretti da Beppe Vessicchio e con direttori come Luis Bacalov, Nicola Piovani o Franco Piersanti ti ha portata a contatto con linguaggi musicali molto diversi. Che cosa ti ha lasciato, a livello di ascolto e di interpretazione, il suonare in orchestra o in ensemble misti? Pensi che questo influenzi anche il tuo modo di concepire la fisarmonica come strumento “da camera” o da palcoscenico sinfonico?
Assolutamente sì. Ho imparato a fondere ed equilibrare il mio suono con quello degli altri strumenti. Mi sono avvicinata a molti generi musicali diversi da quelli prettamente didattici, modulando il timbro di volta in volta. In queste occasioni ho eseguito brani che mai avrei pensato di suonare: musica pop, colonne sonore, tango argentino. Ogni volta si tratta di un nuovo adattamento, nel quale mi ritrovo sempre con entusiasmo e piena emozione.
L’esperienza con grandi direttori mi ha permesso, da un lato, di affinare la capacità di integrarmi armonicamente con altri strumenti e artisti; dall’altro, mi ha dato maggiore consapevolezza e sicurezza come possibile solista.
9. Più di trent’anni di concerti, registrazioni, tournée in teatri e siti archeologici come quelli di Taormina o Selinunte: dopo tutto questo tempo, cosa provi quando sali sul palco? L’emozione è la stessa del debutto o è cambiata? C’è un rituale che ripeti sempre prima di un concerto?
L’emozione è sempre la stessa e l’adrenalina è molto alta. Ho sempre un desiderio fervente: fare del mio meglio, come se ogni concerto fosse l’occasione più importante della mia vita. In ogni esibizione si riflette il mio vissuto, le mie relazioni familiari e professionali: il mio corpo e la mia mente diventano contenitore e contenuto di tutte le emozioni accumulate. Suonare è un momento magico.
Prima di iniziare, mi isolo dal mondo e da tutto ciò che mi circonda. Mi sento come in una bolla: in quella bolla ci sono solo io, ma non è un vuoto. È uno spazio in cui posso caricarmi completamente di emozioni musicali, pronto a trasmetterle al pubblico.
10. Come docente di Fisarmonica al Conservatorio Statale di Musica “A. Scarlatti” di Palermo, che tipo di percorso cerchi di costruire con i tuoi studenti? Quali competenze tecniche e interpretative ritieni fondamentali per chi vuole affrontare oggi la fisarmonica a livello professionale? E c’è un consiglio pratico che ripeti spesso a chi muove i primi passi in Conservatorio?
Il percorso che costruisco con i ragazzi non è un format “preconfezionato”: è unico e personalizzato, creato sull’allievo. Oltre alle tecniche di base, che devono essere uguali per tutti ed imprescindibili, il mio obiettivo come insegnante è far emergere la personalità musicale di ciascuno. Seleziono sonate, brani e pezzi che ritengo adatti alla persona che sto formando e condivido l’ascolto con lo stesso allievo. Questo mi permette di comprendere le sue reazioni e il suo gusto musicale, valutando così la costruzione di un repertorio su misura.
Il percorso si attiene sempre ai programmi dei vari corsi di studio, seguendo un principio fondamentale: al triennio accademico di 1° livello prevedo uno studio di musica antica e moderna, per una conoscenza delle varie scuole (italiana, scandinava, russa, francese, spagnola, ecc.) e dei relativi autori; al biennio accademico di 2° livello l’allievo può specializzarsi, concentrandosi anche su un solo autore. La scelta del repertorio ad hoc per ogni allievo mi permette di esplorare continuamente brani nuovi, studiando diverse combinazioni timbriche, soluzioni di diteggiature nuove o ancora inesplorate.
L’allievo deve avere una tecnica di base solida, maturata nei primi anni di studio, e la capacità di adattarsi alle varie soluzioni melodiche che incontrerà. La predisposizione musicale all’interpretazione può essere anche “acerba”, perché sarà curata e sviluppata nel corso degli studi, affinché a fine percorso l’allievo possa esprimerla al meglio con la maturità acquisita.
I consigli pratici e imprescindibili per chi vuole intraprendere un percorso professionale sono costanza, disciplina, spirito di sacrificio e determinazione.
11. Guardando avanti: hai già esplorato repertori vastissimi, collaborato con artisti di grande rilievo e inciso dischi importanti. Se potessi scegliere liberamente un progetto per il futuro – un nuovo album, una collaborazione, un repertorio ancora poco esplorato – quale sarebbe il tuo sogno oggi?
Ho già realizzato molti sogni professionali e, per questo, oltre ad esserne fiera, mi considero un’artista fortunata. In questo momento, pur essendo molto impegnata sia sul piano didattico che artistico, vorrei concentrare le mie energie, la mia esperienza e la mia passione su concerti per fisarmonica solista con orchestra. Eseguire brani da solista con orchestra rappresenta, senza dubbio, la massima espressione artistica per una musicista come me.
